31 ottobre 2010

Una tela di Gonzalo Orquìn
Di Francesco Paolo Del Re, scritto a gennaio 2009 per un articolo mai pubblicato
Arroccato in una piccolo attico, dalla sua terrazza Gonzalo Orquìn guarda il tramonto e si tranquillizza, trovando pace dalla bruttura quotidiana. “Non siamo più umani –dice -, sembrano gli ultimi colpi di coda dell’Impero Romano”, riferendosi alle vicende di attualità. Accanto a lui la cagna, compagna del suo lavoro solitario, i cui strumenti sono sparsi intorno: la tavolozza, i pennelli e tante tele a diversi livelli di elaborazione. Ovunque nella stanza ci sono libri e cataloghi d’arte.
Un accenno fuggevole al tempo presente, alla vuota mercificazione del mondo dell’arte contemporanea, all’ego smisurato di artisti che sembrano dare più importanza al personaggio che si costruiscono che alle loro opere, è il punto di partenza per comprendere l’inquietudine di Gonzalo, nato a Siviglia, in Spagna, nel 1982 e trasferitosi in Italia nel 2004, e il culto della bellezza da lui perseguito.
Un esordio fulminante con una fortunata personale ospitata a Roma presso lo Studio Andrea Gobbi, nel 2006. Da allora molte cose sono cambiate. “Mi sono perso nelle strade che ho tracciato a partire dalla Spagna, ho perso il nord”, racconta. “Dopo la mostra ho avuto cento richieste, tutti volevano un quadro e il mio senso pratico mi diceva di accettare. Da quattro quadri all’anno sono arrivato a farne quaranta. La gente apprezza la qualità, ma la qualità prevede molto lavoro. Non si possono fare sei ottimi quadri al mese”. Dietro la porta della stanza è appesa la lista dei lavori in corso, quindici tele da fare a breve: in due anni è stato costante il flusso delle committenze private, soprattutto nobili famiglie romane, e non mancano le mostre. Volendo elencare le ultime, Gonzalo è reduce da un’esposizione in Germania, è al lavoro per una personale alla romana Galleria Il Polittico e a giugno è in programma la partecipazione a una collettiva a Milano.
“Non mi sento limitato dal punto di vista creativo – spiega l’artista –, fare ritratti mi piace, è un genere che amo”. E in cui si muove con maestria. Leggi il seguito di questo post »
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9 luglio 2010

“Questo è oggi Lady Gaga, un riuscitissimo mix tra cultura pop, quintessenza dell’americanità e dell’occidente, e di controcultura colta, con continue citazioni all’arte concettuale, al cinema d’essai, alla letteratura alternativa. Trasgressione provocazione per le masse, al tempo stesso un fumetto Marvel e una tavola di Robert Crumb, il Greenwich Village di New York e Times Square, il Sunset Boulevard di Los Angeles e i viali pieni di giovani dei college di Berkley, il sesso estremo e la violenza, ma il tutto seppellito sotto una risata di scherno, ammiccante”. (Michele Monina, 2010, Lady Gaga. La vita, le canzoni e i sogni di una bad girl, Utra Music)
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27 giugno 2010

Pride bus del Roma Pride 2008 a piazza San Pietro
Di Francesco Paolo Del Re, pubblicato sul settimanale Gli Altri il 25 giugno 2010.
Una parte importante del movimento lgbtqi diserta, per una precisa presa di posizione e di responsabilità politica, il Roma Pride del 3 luglio 2010. Ventidue sigle di associazioni, gruppi, reti e collettivi, attivi non solo sul territorio romano, ma nazionale e tra loro molto diversi per profilo politico, composizione e dimensioni, firmano l’8 giugno un documento nel quale si prendono le distanze dal Roma Pride 2010. I firmatari sono Antagonismo Gay di Bologna, Associazione Culturale Gender, Associazione Libellula Trans, Associazione LLI Lista Lesbica Italiana, Azione Gay e Lesbica di Firenze, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Circolo Pink di Verona, Coordinamento Facciamo Breccia, CLR Coordinamento Lesbiche Romane, Coordinamento Trans Sylvia Rivera, Coq Madame, Corpolibero Coordinamento lgbtiq di Rifondazione Comunista, Fuoricampo Lesbian Group Bologna, Gayroma.it, Il collettivo tilgbq Sui Generis, La Roboterie, Leather Club Roma, Le Ribellule, M.I.T. Movimento Identità Transessuale, Open Mind Catania, REFO Rete Evangelica Fede e Omosessualità, Subwoofer Bears, più un elenco di singoli militanti.
“Noi non ci saremo”, questo è il titolo del documento, è frutto di una serie di incontri di riflessione che hanno visto maturare la mancata adesione a uno dei principali appuntamenti di piazza del movimento sulla base di una serie di perplessità relative al pride romano di carattere sia organizzativo che politico.
Sul fronte organizzativo, le realtà che scelgono di non aderire lamentano una mancanza di sostanziale condivisione nella costruzione della manifestazione di quest’anno, a fronte di un’annunciata, ma disattesa volontà di apertura e ridefinizione delle modalità di partecipazione, che aveva portato negli ultimi mesi alcune associazioni, attualmente i promotori dell’evento, a mettere in discussione gli equilibri e le dinamiche che hanno reso possibile la parata rainbow capitolina dal 1994 a oggi. Leggi il seguito di questo post »
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27 giugno 2010

Di Francesco Paolo Del Re, pubblicato sul settimanale Gli Altri il 25 giugno 2010, con il titolo “Il Pride è di tutti e non sono io ad aver diviso il movimento”.
Il 3 luglio, alle 16.30, scende in piazza il variopinto corteo del Roma Pride del 2010, tra i principali momenti collettivi di piazza dell’universo gay, lesbico e trans. Molte le polemiche, i dissidi e le accuse che accompagnano l’appuntamento di quest’anno della manifestazione, caratterizzato da una profonda rottura degli attuali organizzatori (un comitato composto da DìGayProject, Arcigay Roma, Azione Trans, GayLib) in primis con il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, che ha continuativamente organizzato la manifestazione dal 1994 al 2009, e in seguito con molte altre associazioni che si sono dissociate per motivi sia organizzativi che politici, accusando di “scippo” Imma Battaglia, presidente dell’associazione DìGay Project, e Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma.
Per cercare di analizzare le ragioni di una frattura che, partendo dall’interno del movimento romano, ha necessariamente ripercussioni sia sull’interno movimento lgbtqi nazionale che sulla vita e la richiesta di diritti di tutte le persone transessuali e omosessuali italiane, abbiamo provato ad approfondire le questioni in campo, ponendo alcune domande a Rossana Praitano, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, e a Imma Battaglia che è, per la prima volta dopo dieci anni dallo storico World Pride del 2000, quando era a sua volta presidente del Circolo Mario Mieli, in prima fila tra gli organizzatori della manifestazione capitolina dell’orgoglio lgbtqi. Avremmo voluto mettere direttamente a confronto posizioni diverse, certi, come le stesse persone che abbiamo interpellato, che il confronto sia preferibile a una sterile contrapposizione. Purtroppo, però, Rossana Praitano non è riuscita a rispondere in tempo, per motivi indipendenti dalla sua volontà. Ecco, quindi, l’intervista a Imma Battalia.
Perché, a differenza degli anni scorsi, il comitato organizzativo del Roma Pride 2010 è costituito da sole quattro associazioni (DìGayProject, Arcigay Roma, Azione Trans, GayLib) mentre altre associazioni dichiarano pubblicamente una sfiducia nei confronti di questo pride?
Il Pride deve essere patrimonio di tutti. Chi sta facendo in queste settimane una vera e propria azione di “boicottaggio” dovrebbe capire che sta sbagliando. Penso a chi è giovane e partecipa al Pride per la prima volta. Quale immagine si dà del movimento gay? Il Pride è un simbolo di visibilità e di rivendicazione di diritti, non un’occasione per parlarsi addosso tra associazioni o come giustamente ha ricordato Luxuria tra prime donne. Io personalmente mi sono occupata poco dell’organizzazione di questo Pride. Lo hanno fatto molte persone nuove. C’è una sfida davanti a noi, quella di aprirsi e non restare chiusi. Una sfida che dovrebbe appassionare tutti per riempire le piazze e non per svuotarle. Una sfida che dovrebbe appassionarci politicamente e non farci perdere tempo come si sta facendo nel chiamare i gay uno per uno e sollecitarli a non andare al Pride. Se il Pride andrà male la responsabilità sarà di chi sta facendo di tutto per svuotarlo. Anche se credo che questo non accadrà. Leggi il seguito di questo post »
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25 giugno 2010

Di Francesco Paolo Del Re, pubblicato sul settimanale Gli Altri l’11 giugno 2010.
Giugno, tempo di pride. Mentre la maggior parte degli italiani sembra ritrovare il senso dell’unità nazionale in occasione dell’appuntamento dei Mondiali del Sud Africa, le persone trans, gay e lesbiche, le associazioni che si impegnano per il perseguimento dei loro diritti e per la promozione della loro cultura si preparano, come ogni inizio estate, a scendere in piazza per il momento di massima visibilità, in ricordo dei fatti dello Stonewall Inn di New York dove nel 1969 scoppiò la rivolta simbolo del movimento di liberazione omosessuale contro i soprusi delle forze dell’ordine.
Nessun dubbio: tra maglia della nazionale di calcio e bandiera rainbow scegliamo, ancora una volta e con convinzione, il vessillo dei pari diritti delle persone lgbtq, non per mancanza di patriottismo sportivo, ma perché resta, tra cuore e cervello di chiunque abbia un minimo di senso civico e senso della giustizia, l’enorme punto di domanda del perché il Belpaese non riesca a compiere nemmeno un piccolo passo nella direzione del livellamento delle differenze esistenti, in termini di diritti, tra cittadini diversi per orientamento sessuale o identità di genere. E siamo pronti a sacrificare alcune delle partite in tv per scendere in piazza a gridare ancora una volta l’orgoglio di essere plurali e la richiesta di uguaglianza, dignità e lotta ai pregiudizi.
L’Italia è infatti ancora un paese inospitale per le persone gay, lesbiche e trans ed è poco, purtroppo, il conforto che viene dal recente incontro avuto tra gli esponenti delle maggiori associazioni lgbtqi e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Non dà garanzie il ravvedimento pubblico di Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità, che non ha mai dato segnali concreti di comprensione delle problematiche connesse alla discriminazione di gay, lesbiche e trans, delle loro famiglie, dei loro amori, delle loro scelte di vita. Leggi il seguito di questo post »
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8 maggio 2010

ricci/forte, "macadamia nut brittle". Photo di Lucia Puricelli
Di Rosa Vitale, pubblicato sul quotidiano Liberazione il 28 aprile 2010.
Trucchi di illusionismo crudele e accattivante per restare a galla in un’enorme coppa di gelato che si scioglie. Una lunga ed estenuante veglia notturna nel ventre molle di una quotidianità fatta di perdite, fallimenti e rinunce, nella quale accendere imprevedibili lampi di sazietà. È il gioco dell’identità perennemente in divenire, che fa caparbiamente aggrappare tre adolescenti senza età al paracadute di un’infanzia che precipita verso la necessità della crescita, verso gli schemi imposti dall’ordine sociale, il cuore pulsante di Macadamia Nut Brittle di ricci/forte (www.ricciforte.com), pièce in scena al PiM Spazio Scenico di Milano dal 30 aprile al 3 maggio e poi al Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi di Roma dal 18 al 30 maggio.
Atteso ritorno sotto i riflettori per una compagnia che si è conquistata, allestimento dopo allestimento, un pubblico di fan degno di una rock band, suscitando l’attenzione e l’entusiasmo di una platea variegata ed eterogenea e riuscendo a catturare l’interesse anche degli spettatori più giovani.
Dall’incontro tra l’immaginario di Dennis Cooper, uno degli scrittori più affascinanti e controversi del panorama letterario statunitense contemporaneo, e ricci/forte, al secolo Stefano Ricci e Gianni Forte (allievi di Edward Albee, definiti i due enfant prodige della nuova scena drammaturgica italiana), nasce uno spettacolo che è giù diventato un cult. Leggi il seguito di questo post »
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1 aprile 2010

Marlene D. impersonata da Quince secondo Pierre et Gilles
Di Francesco Paolo Del Re, pubblicato sul quotidiano Liberazione il 27 marzo 2010
Tra tributo dei fan e monumentalità della diva, è indissolubile il legame che il culto dell’icona gay ha con la dimensione mortuaria, come riflette Pier Maria Bocchi nel suo saggio “Mondo Queer. Cinema e militanza gay”. Ogni icona, per essere tale, si puntella infatti sul pilastro eccellente di una morte, pretesto per la glorificazione del passato e suggello di un’esistenza straordinaria, sublime, sulla scena e fuori. Vita consumistica dell’icona e suo fondamento funerario sono entrambi movimenti interni al concetto di camp, ovvero di quel peculiare modo di pensare alle forme, ai processi e agli usi della cultura come dimensione pubblica e condivisa, sempre sopra le righe e tra virgolette.
Culto dell’icona, divismo, affettazione camp, bricolage della memoria, erudizione da fan e, su tutto, il pastiche metalinguistico di un teatro che, mostrando uno spaccato di vita privata e le pubbliche fascinazioni di una Marlene Dietrich cesellata con fascino e sarcasmo, riflette sui meccanismi stessi della teatralità, sul vasto gioco dei ruoli a cui chiama la vita quotidiana con le sue splendide miserie, sull’intima e ammaliante permeabilità degli ambiti del cinema, della canzone, dello spettacolo dal vivo, dell’aneddoto che si fa leggenda: sono questi gli scintillanti ingredienti dello spettacolo “Quince. Marlene D. The Legend”, di Riccardo Castagnari, in scena, dopo Firenze e Torino, al Teatro Vittoria di Roma fino al 31 marzo, per poi spostarsi al Teatro Franco Parenti di Milano dall’8 al 18 aprile e al Teatro Piccini di Bari dal 14 al 16 maggio, approdando infine in Francia dal 28 al 30 maggio, al Le Grenier Theatre di Verdun. Un ritorno trionfale in Italia, dunque, a otto anni dalla nascita dello show premiato da un successo internazionale.
Lo spettacolo modella un accattivante ritratto di una delle attrici più fulgide e tormentate di quella fabbrica di miti che è la Hollywood degli anni d’oro. Ad accompagnare Marlene, colta nel fervore dei preparativi di uno dei concerti che l’hanno vista protagonista negli ultimi vent’anni di carriera, dal 1950 al 1972, mescolando a lingua sciolta amori, ricordi e manie, lusso e solitudine, è Andrea Calvani, nei panni di un giovanissimo Burt Bacharach, soave ricamatore degli arrangiamenti di successi musicali come “Ich bin die fesche Lola” e “Lili Marleen”. Leggi il seguito di questo post »
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29 marzo 2010

La domanda a questo punto riguarda tutti. Abbiamo fatto abbastanza, ciascuno per quello che gli compete, per salvare questo paese dal suo risibile destino?
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20 marzo 2010

Di Francesco Paolo Del Re, pubblicato sul mensile Aut, marzo 2010
Sogno erotico ricorrente nell’immaginario omosessuale maschile è il vagheggiamento di un uomo virile, peloso, che celi dentro di sé le forze e il vigore animalesco di una bestia. Dal sogno alla realtà il passo è breve. Possiamo dirci abituati infatti a orientarci nella subcultura bear, che ormai è parte integrante del variegato arcobaleno composto dalle varie possibilità identitarie e comunitarie lgbtqi. Siamo altrettanto avvezzi, inoltre, a uomini-toro e simili altri animali da monta. Per questo siamo pronti a farci sedurre anche dal fascino dell’uomo lupo, portatore di un’eccitazione che travalica il conoscibile e l’ordinato. Non serve andare lontano, basta solo scavare nelle nostre memorie linguistiche, in strati di esperienze sedimentate nel tempo. Non si dice infatti forse che un uomo eccitato è un uomo allupato? A Roma, inoltre, un antico modo per indicare una prostituta è lupa.
Nessun dubbio, quindi, circa la totale sovrapponibilità tra spauracchio dentuto di fiabe infantili e profonda pulsione sessuale. Passando dal romantico libertinaggio dello scrittore francese Petrus Borel, detto il Licantropo, vissuto nella prima metà dell’Ottocento e amato dai Surrealisti, fino all’ultima incarnazione del mito mannaro portata sul grande schermo da Benicio Del Toro, figure di fiaba, chimere mai sopite, lanciano i loro richiami attraverso notti insonni che sembrano attraversare, costanti, ogni epoca storica e ogni regione dell’immaginario, da un estremo all’altro del globo. Nessuno può davvero testimoniare, per esempio, sulla reale natura dei rapporti tra il lupo cattivo e il cacciatore della favola di Cappuccetto Rosso, che è peraltro una vasta e riconosciuta metafora di iniziazione sessuale: prima dell’uccisione della scaltra bestia che era riuscita a papparsi nonna e nipote, sappiamo forse che tipo di relazione è stata intrattenuta con il cacciatore? La fantasia è libera di galoppare a piacimento, colmando i vuoti della storia con ogni acrobazia sessuale pensabile.
Saltando da frasca in frasca, è impossibile non rammentare, inoltre, il Big Bad Wolf che ossessiona gli affollati scarabocchi di Keith Haring, entità simbolica ricorrente che attraversa inconsce pulsioni fino a bucare i muri metropolitani ammantati di cultura pop. Leggi il seguito di questo post »
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19 marzo 2010

La scoperta di un testo inedito di uno scrittore è un evento sempre salutato con favore da studiosi, appassionati e curiosi. Se poi il testo che si vuole ritrovato è un testo di cui si conosce il titolo (“Lampi su Eni”) ed è il capitolo mancante di un testo pubblicato postumo di un discusso scrittore contemporaneo assassinato in circostanze poco chiare, legate al sesso e probabilmente alla politica, l’intreccio si fa avvincente.
Qualunque bibliofilo sarebbe in fibrillazione se potesse avere tra le mani il capitolo scomparso di “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini, romanzo incompiuto, elaborato tra il 1972 e il 1975, anno della morte dello scrittore, che compone per appunti una conturbante disamina del rapporto tra sesso e borghesia. Capitolo che Marcello Dell’Utri (lo stesso dei diari di Mussolini) dice di aver avuto occasione di sfogliare, grazie alla disponibilità del suo anonimo e al momento irrintracciabile possessore. Si tratta di una settantina di fogli. Che, se fossero veri, sarebbero stati sottratti dallo studio dello scrittore dopo il delitto.
La circostanza fumosa della segnalazione di questo scritto ha suscitato, in sede parlamentare, prima l’attenzione di Walter Veltroni, che ha chiesto di fare chiarezza sul fantomatico ritrovamento e sulle circostanze in cui questo sarebbe avvenuto, e in seguito del ministro dei beni culturali Sandro Bondi, che annuncia prossime indagini dei carabinieri, come riferiscoono i quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera.
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